Quando si parla di partita del secolo si pensa subito alla semifinale Italia 4 - 3 Germania del Mondiale 1970 svoltosi in Messico o magari ad Ungheria 4 - 2 Uruguay semifinale della Coppa del Mondo 1954 disputato in Svizzera. Ma prima di queste due partite, ce n'è stata un'altra considerata tale: Inghilterra 3 - 6 Ungheria, giocata allo stadio Wembley il 25 Novembre 1953. Gli inglesi avrebbero dovuto difendere la loro imbattibilità casalinga contro la squadra più inarrestabile del momento e Campione Olimpico del 1952. C'era grande attesa per quello che era definito il "match del secolo".
La Preparazione e la Stampa Internazionale
La F.A. (Football Association) comunicò un dato clamoroso: 100.000 spettatori e un incasso record da 50.000 sterline. Per quanto riguarda la stampa, dei 100.000 posti, 100 erano stati riservati ai rappresentanti della stampa estera, nonostante la Federazione avesse ricevuto ben 200 richieste da giornali di tutta Europa. I posti furono così distribuiti: 10 Francesi, 15 Tedeschi, 10 Austriaci, 15 Belgi, 15 Scandinavi, 10 Olandesi e un gruppo finale composto da Italiani, Spagnoli, Svizzeri e, in chiusura, un Ungherese, identificato come M. Féléki, il redattore capo di « Nep Sport » di Budapest.
Nonostante l'Ungheria non perdesse da ben 24 partite (l'ultima sconfitta risaliva al 14 Maggio 1950 contro l'Austria terminata 5-3), gli inglesi erano piuttosto ottimisti. Un giornalista dell'Evening News, J. G. Orange, dà la misura dell'ingenuità di alcuni sportivi del suo Paese quando scrive: "Tutti gli Ungheresi sono dilettanti e se si considera che i nostri giocatori si allenano costantemente e giocano regolarmente in Campionato, dovremmo batterli. Il mio pronostico è 3 a 1 per l'Inghilterra."
Un corrispondente del Daily Express dichiarò con grande sicurezza che non c'era motivo di temere gli ungheresi. Riconobbe che i magiari avevano una tecnica eccellente e un controllo di palla "stregonesco", ma liquidò la loro tattica: "La loro difesa raggruppata può sempre intervenire con successo contro i loro attacchi basati su passaggi corti. Non c'è motivo di temere gli ungheresi. Il pubblico inglese può scommettere con coraggio sulla vittoria inglese."
Brian Glanville, grande scrittore e giornalista britannico, era abbastanza netto sull’argomento: non solo l'Inghilterra aveva ottime possibilità, ma avrebbe "senz'altro vinto l'incontro". Tale fiducia scaturiva dalla recente prestazione sottotono dell'Ungheria contro la Svezia e, soprattutto, dalla squadra che i selezionatori inglesi avevano intelligentemente messo in campo. Glanville la riteneva "veramente la migliore che si possa schierare".
Tuttavia, il suo ottimismo non intaccava la lucidità quando si trattava di analizzare le ultime uscite degli inglesi, ammettendo che, pur avendo vinto due delle ultime tre partite, l'Inghilterra avrebbe in realtà meritato di perderle tutte.
Glanville riconosceva che la difesa era stata rinforzata con il rientro di Harry Johnston a centromediano, ma il problema, lamentava, restava l'attacco, dove la ricerca di attaccanti efficienti sembrava un calvario. Ciononostante, il giornalista intravedeva finalmente un'omogeneità nella nuova prima linea, definendo un "colpo di genio" la ricostruzione del reparto basata sul blocco del Blackpool.
In attacco, l'Inghilterra puntava sull'intesa: l'eterno Stanley Matthews, ancora in forma stupefacente a 38 anni, l'avrebbe fatto in coppia con il piccolo Ernie Taylor, suo partner alla mezz'ala, con Stanley Mortensen al centro.
Il cronista, pur scommettendo sulla vittoria, non poteva ignorare le evidenti crepe tattiche. Non c'era nessuno al mondo capace di fermare Puskás, a parte forse l'autorevole Billy Wright, ma Glanville stesso si chiedeva: "C'è qualche intenditore di calcio veramente convinto che i terzini ungheresi siano capaci di fermare uomini come Mortensen e Matthews?" Un'idea che, secondo lui, sfiorava il ridicolo, pur riconoscendo che il vero problema inglese non era la difesa, ma la capacità di servire adeguatamente Matthews e Mortensen.
Espresse anche chiare preoccupazioni per l'ala sinistra Czibor, definendo il terzino inglese Ramsey incapace di contenerne la velocità e il pericolo. I mediani laterali, Wright e Dickinson, si sarebbero trovati in un tremendo duello con le omologhe mezzali ungheresi.
Riguardo agli avversari, il giornalista britannico credeva che l'Ungheria fosse una "bella squadra, ma non un super-team". A suo avviso, la potenziale debolezza dei magiari risiedeva nel piazzamento troppo avanzato delle mezzali, che costringeva i mediani a un lavoro enorme. Concluse con un avvertimento condizionale: "Credo che se l'Ungheria sarà costretta alla difesa a Wembley, si troverà in molti guai."
Nonostante l'analisi dettagliata evidenziasse tutti i rischi per l'Inghilterra, l'articolo si concludeva con la ferma previsione di una "grande vittoria" inglese, un esempio lampante della fiducia che, fino all'ultimo, aleggiava ancora sulla "Patria del Calcio".
Ma se da un lato i giornalisti inglesi mostravano grande tranquillità in vista della sfida, c'era anche chi era ben consapevole del forte rischio che quella sera gli inglesi perdessero la loro imbattibilità casalinga che durava da quasi novant’anni. Sir Stanley Rous, figura autorevole della F.A., non nascose la sua intima sfiducia. Aveva visto gli ungheresi a Helsinki e a Roma, contro l'Italia, e parlò senza veli: "Questa squadra inglese non può fare meglio che perdere con onore. È composta da gente superata, vecchioni malconci...". Parole pesanti, dette scuotendo il capo. Anche il manager inglese Winterbottom era consapevole della qualità dell'opposizione e mantenne tutte le riserve sul risultato della partita.
Inoltre, l'avvicinarsi della partita portò proprio Walter Winterbottom ad assistere alla partita Ungheria 2 - 2 Svezia, giocata al Népstadion di Budapest il 15 Novembre. Il manager inglese si dimostrò cauto: "I magiari non devono disperarsi per il risultato," riassunse, "la squadra ha giocato bene. Ho osservato che conducono gli attacchi al centro del campo con passaggi corti, esattamente l'opposto del gioco inglese. Non devono vergognarsi del risultato, può capitare a chiunque."
La Lezione della Svezia: Autocritica Magiara
Ciò che la stampa inglese ignorava era il momento di autocritica che aveva forgiato la determinazione magiara. Il pareggio 2-2 contro la Svezia, per quanto potesse suonare strano, fu un bene per la squadra. Il risultato innescò una richiesta di migliorie sul lavoro collettivo e maggiore razionalità da parte delle menti lucide della dirigenza. Non mancarono i "più accesi" che trassero conclusioni estreme, cercando di creare malumore contro i dirigenti e i giocatori.
Tuttavia, dirigenti, allenatori e giocatori insieme valutarono la partita con grande serietà, traendo serie lezioni. Stilarono quattro punti cruciali:
- La preparazione contro gli inglesi, in preda alla frenesia dell'attesa, non era stata all'altezza dopo la Svezia.
- La preparazione non aveva avuto un filo conduttore né tattico né tecnico.
- Il pallone inglese era insolito.
- Le occasioni da gol create erano state gestite con leggerezza.
Dopo questo breve intermezzo critico e analitico, la preparazione per la partita contro gli inglesi riprese con la massima focalizzazione. I dirigenti, forti di aver individuato e corretto le debolezze, sentivano che nello stadio gremito di Wembley, con il loro piano rivoluzionario, si poteva solo vincere.
La Metodica Preparazione dell'Aranycsapat
Tuttavia, l'ingenuità britannica non era l'unico fattore in campo. Spesso, quando si parla di questa partita, si tende a passare immediatamente alla narrazione del match, sottolineando quanto i magiari fossero superiori tecnicamente e tatticamente, non solo rispetto agli inglesi.
Si trascura, invece, di raccontare l'impegno metodico e quasi scientifico che l'Ungheria profuse per prepararsi a questo incontro.
La loro vittoria fu un capolavoro di studio e pianificazione, come si evince dalla loro stessa cronaca della vigilia. La preparazione iniziò con l'analisi della partita della Nazionale Inghilterra contro la squadra del Resto del Continente. Da quell'analisi, Gusztáv Sebes (tecnico della nazionale ungherese) raccolse esperienze interessanti che furono subito utilizzate per affinare la preparazione tecnica.
Dopo il rientro in patria, fu condotto un briefing approfondito con i giocatori riguardo al calcio inglese e alla mentalità degli avversari, illustrando sia le loro virtù sia, cosa cruciale, i loro difetti.
La preparazione si estese al campo di gioco: furono discusse le dimensioni e il terreno dello stadio di Wembley. Per ricreare condizioni realistiche, il campo del Vasas a Népliget fu ingrandito per replicare le misure esatte di Wembley e gli allenamenti vennero condotti utilizzando palloni appositamente importati dall'Inghilterra.
La Gestione del Viaggio e delle Pressioni
Nonostante la cura metodica, l'ambiente attorno alla squadra non fu sempre sereno. L'ultima partitella di allenamento in patria non fu incoraggiante, disturbata da commenti di cattivo gusto di alcuni tifosi, portando la squadra a partire con il morale basso. Fortunatamente, il lungo viaggio in treno si rivelò benefico, permettendo ai nervi stanchi dei giocatori di riposare.
Un ulteriore elemento positivo fu la partita di allenamento giocata a Parigi contro la squadra della fabbrica Renault. Il pubblico francese premiò il loro gioco piacevole con un applauso fragoroso. Questa celebrazione e l'accoglienza ebbero il merito di ridare fiducia ai giocatori, rendendo il resto del viaggio verso Londra più sereno.
La strategia logistica fu anch'essa cruciale: la squadra arrivò a Londra solo due giorni prima della partita, evitando così che i corpi dei giocatori subissero lo stress del fumo e della nebbia abituali. L'interesse era enorme, con oltre ottomila telegrammi arrivati dall'Ungheria all'alloggio della squadra.
Tuttavia, la dirigenza decise saggiamente di non mostrare questi messaggi, per non aumentare ulteriormente il senso di responsabilità e la tensione nervosa.
Lo Sviluppo del Sistema di Gioco Ungherese
Quando si sviluppò il sistema di gioco della squadra ungherese che si poteva definire definitivo — almeno per il momento definitivo. Esso si presentava così in forma schematica:
Lo schema tattico si presentava con l'accento posto interamente sul gioco d'attacco, assistito dai mediani e dalla difesa e basato sulla grande mobilità e sui molti scambi di posizione degli attaccanti.
Hidegkuti (9) ricevette un ruolo cruciale, non solo come regista, ma anche come finalizzatore. Dopo la partita giocata a Berna contro la Svizzera il 20 Settembre 1952, la squadra assimilò il sistema e cercò di applicarlo con la massima perfezione.
Il primo vero banco di prova per questa "nuova tattica" fu la partita giocata a Roma nel maggio 1953 contro l'Italia. Nonostante l'Ungheria avesse sconfitto gli Azzurri alle Olimpiadi di Helsinki nel 1952, gli italiani non riconobbero completamente la sconfitta, sostenendo che non era la loro migliore formazione ad aver giocato in quell'occasione.
Nella partita di Roma, le istruzioni tattiche per il primo tempo furono precise: Hidegkuti (9) arretrava in profondità, mentre Budai (7), Puskás (10) e Czibor (11) rimanevano in avanti.
Durante l'attacco, Kocsis (8) e Hidegkuti avanzavano e, se si presentava l'occasione, Bozsik (5) si spingeva in attacco e fungeva da finalizzatore.
Nel secondo tempo, un infortunio a Hidegkuti costrinse un cambio: Palotás prese il suo posto in avanti, e Kocsis (8) assunse il ruolo di Hidegkuti. Tatticamente, i magiari ebbero successo in entrambi i tempi, dimostrando di essere sulla strada giusta per modernizzare il gioco d'attacco.
L'Analisi della Formazione Inglese
I selezionatori inglesi, nel comporre la squadra, si basarono soprattutto su elementi ricchi di esperienza e di tecnica, definiti "ball players". Perciò, la formazione rifletteva uno stile e una concezione di gioco che si avvicinava alla Nazionale inglese del 1948, discostandosi dalle tendenze più recenti. Il duello sarebbe stato improntato sui classici dettami della tecnica, ma gli inglesi, data la fisionomia fisica e tecnica della loro squadra, avrebbero preferito giocare con la maniera forte, impiegando decisamente il "tackle" e la robusta carica di spalla il più spesso possibile.
Il rientro di Ramsey fu accolto con grande soddisfazione, nonostante la sua carriera avesse attraversato una fase discendente che lo aveva visto escluso dalla Nazionale dopo 29 presenze consecutive. Tuttavia, una recente e inattesa ripresa di forma, evidenziata da una prestazione convincente a Berlino, lo riportò in squadra. Nonostante difettasse di velocità, la sua classe, l'abilità costruttiva e la lunga esperienza internazionale furono ritenute indispensabili. I due laterali, Wright e Dickinson, non avevano brillato in un precedente incontro a Wembley, ma contro l'Ungheria si sperava che il quadrilatero di centrocampo avrebbe funzionato meglio.
Le due mezzali, Taylor e Sewell, erano considerate instancabili lavoratori, con un'esecuzione tecnica svelta, chiara intelligenza tattica e scattante mobilità. L'inclusione del minuscolo Ernie Taylor, al suo primo incontro internazionale, fu vista come una scommessa, ma il "trottolino" era il "partner" favorito di Matthews e possedeva un tiro d'insospettata potenza.
L'inserimento di Jack Sewell fu invece una mezza sorpresa, sebbene fosse un giocatore apprezzato per il suo gioco incisivo. Sewell, il quale avrebbe avuto il difficile compito di marcare l'ungherese Bozsik, tornava in Nazionale dopo tredici mesi.
L'attacco contava sulla presenza di Mortensen, tenace e combattivo. Nonostante non avesse più lo scatto di un tempo, era sempre pronto a trovare la via del gol. Mortensen, pur avendo giocato recentemente da interno destro, era un centravanti naturale.
Un duro colpo per la squadra fu l'indisponibilità dell'ala prestigiosa Finney a causa di uno strappo muscolare all'inguine. La sua assenza fu colmata dall'inserimento di Robb, ala sinistra del Tottenham, un ex dilettante che era passato da poco al professionismo. Nonostante la sua forza, la perdita di Finney, che aveva segnato 24 reti in 48 partite internazionali (più di qualsiasi altro attaccante inglese), pesava enormemente.
Le offensive sarebbero state suggerite e sviluppate soprattutto dalla coppia Matthews-Taylor, con il compito per gli altri attaccanti di tentare la via del gol. Il Blackpool, con il mediano Johnston e i suoi tre giocatori nel reparto destro Matthews-Taylor-Mortensen, forniva il blocco più consistente alla Nazionale, dopo l’Arsenal nel 1934.
Ma la preoccupazione maggiore era l'età media della squadra. Con una media di 30 anni (contro i 26 dell'Ungheria), e con Matthews a 38 e Mortensen a 32, era evidente che, anche in caso di buon risultato, quella "vecchia brigata" non avrebbe potuto servire a lungo l'Inghilterra. Era impellente la necessità di scoprire sangue nuovo, specialmente in vista della prossima Coppa del Mondo. Che vincessero o che perdessero, gli inglesi avrebbero dovuto cercare presto una squadra nuova, o quasi.
La formazione della rinomata squadra inglese era questa:
Merrick—Ramsey, Johnston, Ekersley—Wright, Dickinson—Matthews, Taylor, Mortensen,
Sewell, Robb.
Ultimi Preparativi
L'atmosfera era palpabile, eppure l'approccio delle due squadre non poteva essere più diverso.
Gli inglesi svolsero un leggero allenamento sul campo del Chelsea (Stamford Bridge) ma, in netto contrasto con l'attenzione meticolosa che si addiceva a un match storico, l'attività fu in parte disturbata da alcune prove di corse di cani, dato che lo stadio fungeva anche da cinodromo. Un dettaglio che, involontariamente, ben riassumeva la disinvoltura e l'ingenuità tattica della squadra di casa. Nonostante questa incongruenza, i giocatori inglesi apparvero tutti in ottime condizioni fisiche.
La squadra ungherese, invece svolse un nuovo, leggerissimo allenamento allo stadio di Fulham, concentrandosi semplicemente sull'allargamento del gioco per la mezz'ora concessa. A testimoniare la fiducia e la serietà dell'approccio, assistevano il presidente della Federazione M. Barcs e il vice-ministro dello sport M. Sebes.
Tra gli ospiti d'onore c'era Lajos Czeisler, commissario tecnico della nazionale italiana (fu anche l'allenatore di Nordahl al Norrköping, e poi al Milan), che non aveva dubbi: "Gli ungheresi sono in una condizione fisica altrettanto buona di quando li ho visti battere la Svezia. Per me, batteranno l'Inghilterra a Wembley."
Sulla via del ritorno dal loro hotel a Marble Arch, gli ungheresi si fermarono brevemente a Wembley per ispezionare il campo. Le loro reazioni furono immediate e rivelatrici: Kocsis descrisse il prato come una "spugna," intendendo che era forse troppo morbido per i suoi gusti. Bozsik, più ottimista, lo paragonò lusinghieramente a un "biliardo," aggiungendo che "Chi non giocasse bene a calcio su questo prato non saprebbe giocare affatto."
Il presidente federale, M. Barcs, confermò: "Il prato è eccellente e si adatterà perfettamente al nostro stile di gioco. Poiché non è pesante, non possiamo chiedere di meglio per noi." I magiari avevano del resto già neutralizzato la preoccupazione che il campo di Wembley fosse più largo di quello di Budapest, essendosi allenati su campi che ne replicavano le dimensioni esatte. L'unica nota di colore o forse di sorpresa fu il portiere Grosics, il quale, con il suo pittoresco berretto rosso, si mostrò stupito e un po' preoccupato alla vista dei pali ellittici delle porte inglesi.
Nel pomeriggio, dopo un pranzo veloce, la squadra trascorse il tempo riposando e scrivendo cartoline. Interrogati sulla partita imminente, le risposte ufficiali furono improntate alla cautela: l'allenatore in seconda Gyula Mandi espresse la speranza che la loro lunga serie di 24 partite senza sconfitta non venisse interrotta.
Fu il capitano Puskás a definire la strategia in modo più chiaro: "Penso che possiamo vincere, se sappiamo sfruttare la nostra grande velocità e se teniamo duro per 90 minuti."
L'analisi era tagliente: il principale punto di forza dell'Inghilterra sarebbe stata la resistenza fisica, contrapposta alla superiore velocità ungherese. Restava da vedere quale delle due qualità avrebbe prevalso in quel pomeriggio storico.
Ingresso in Campo
Le squadre entrarono in campo, non di corsa, ma avanzando lentamente e solennemente verso il centro del prato di Wembley. I magiari indossavano le maglie rosso scuro, mentre gli inglesi vestivano i pantaloncini neri e le classiche maglie bianche. L'unico elemento di colore che spezzava la sobrietà era il maglione arancione del portiere inglese Merrick, in contrasto con il collega Grosics, che giurava ancora sul vecchio e discreto nero.
L'aria era carica di aspettativa, ma anche di presagi inattesi. Accanto al cronista sedeva Eklöv di Dagens Nyheter (Stoccolma) e, dall'altro lato, un giornalista inglese teneva in grembo la sua bionda figlia di sei anni. Quella bambina sarebbe diventata suo malgrado il simbolo della sfortuna inglese: ad ogni gol ungherese, le lacrime le scorrevano dagli occhi.
Il destino era in agguato: per l'Inghilterra, quella era la 25ª partita consecutiva contro una nazionale continentale, dopo aver collezionato 19 vittorie e 5 pareggi nei 24 incontri precedenti. Proprio in quell'incontro cruciale sarebbe arrivata la prima sconfitta.
Le formazioni
L'Inghilterra scendeva in campo con: Merrick (Birmingham, 31 anni, 17 presenze); Ramsey (Tottenham, 33, 32); Eckersley (Blackburn, 28, 17); Wright (Wolverhampton, 29, 52), Johnston (Blackpool, 34, 10); Dickinson (Portsmouth, 28, 32); Matthews (Blackpool, 38, 36); Taylor (Blackpool, 28, 1), Mortensen (Blackpool, 35, 25), Sewell (Sheffield Wednesday, 25, 4), Robb (Tottenham, 27, 1).
L'Ungheria rispondeva con: Grosics (Honved, 27, 28); Buzansky (Dorog, 28, 19); Lantos (Vörös Lobogo, 25, 26); Bozsik (Honved, 28, 44); Lorant (Honved, 30, 26), Zakarias (Vörös Lobogo, 29, 26); Budai (Honved, 25, 19); Kocsis (Vörös Lobogo, 24, 33); Hidegkuti (Vörös Lobogo, 31, 32); Puskas (Honved, 26, 52), Czibor (Honved, 24, 25).
- NOTE:
- Al 35° della ripresa Grosics viene sostituito da Geller per contusione al gomito destro. Angoli: Ungheria 6, Inghilterra 4.
- MARCATORI:
- Hidegkuti (U.) al 45’’, Sewell (I.) al 16’, Hidegkuti (U.) al 22’, Puskas (U.) al 27’ e al 29’, Mortensen (I.) al 40’, Bozsik (U.) al 52’, Hidegkuti (U.) al 57’, Ramsey (I.) su rigore al 60’.
Di fronte ai 100.000 spettatori di Wembley, e sotto la supervisione dell'arbitro Horn (Olanda), sventolava, per l'occasione, la vecchia bandiera reale ungherese con l'emblema dello stemma.
La Cronaca
-
Bastano 45 secondi! L'ala destra Budai corre via, crossa a Puskas, che serve un passaggio corto, affilato come un rasoio e precisissimo nello spazio per il centravanti Hidegkuti. Tiro, Gol, 1:0! Trenta secondi dopo, Puskas e Kocsis mancano un nuovo cross di Budai solo per centimetri.
-
Al 6° minuto, Merrick afferra il bolide di Budai dall'incrocio dei pali come se stesse prendendo un asciugamano che gli è stato lanciato.
-
12° Min.: Czibor-Puskas-Hidegkuti, tre passaggi lampo. La palla finisce in rete, ma l'arbitro Horn annulla per fuorigioco (la stampa inglese, però, è unanime nel ritenere che non lo fosse!).
-
13° Min.: Puskas serve un cross d'altezza media sulla testa di Kocsis, ma la palla accarezza la traversa ed esce.
-
14° Min.: Calcio d'angolo inglese. Grosics afferra la palla con la mano e la lancia immediatamente con precisione a Bozsik, che a sua volta serve un lancio lungo per Czibor. L'ala corre da solo per 100 metri verso Merrick, che gli accorcia abilmente l'angolo. Czibor tira, ma la palla scivola a mezzo metro dal palo sinistro.
-
16° Min.: Johnston, stopper inglese, si lancia in un duello nell'area di rigore, conquista la palla, passaggio trasversale a Mortensen, nuovo passaggio trasversale a Sewell, che calcia in diagonale: Pareggio, 1:1!
-
17° Min.: Subito dopo, Hidegkuti spara un tiro a tre metri davanti a Merrick, la palla sfreccia a un centimetro dal palo sinistro.
-
18° Min.: Johnston si lancia con tutto il corpo nel tiro di Kocsis, che devia in calcio d'angolo.
-
19° Min.: Duetto Budai-Czibor. Czibor calcia di nuovo mancando il palo per un solo centimetro.
-
22° Min.: Gran mischia davanti a Merrick, che non riesce a vedere la palla per via di tutte le gambe. Puskas subisce fallo, ma l'arbitro lascia continuare. La palla rimbalza in qualche modo su Hidegkuti, che calcia da due metri: 2:1!
-
23° Min.: Il tiro a effetto di Budai finisce con estrema precisione a lato del palo, nell'esterno della rete.
-
24° Min.: Puskas arriva con un centimetro di ritardo su un passaggio di Budai, che sfila inutilizzato lungo la linea dell'area piccola.
-
27° Min.: Un tiro indimenticabile di Puskas vale il 3:1 per l'Ungheria.
-
29° Min.: Un'azione geniale! Punizione di Bozsik a 25 metri. Il tiro teso sbatte sul tacco di Puskas, e poi prosegue come una palla da biliardo con un effetto tremendo nell'angolo lontano. Imparabile per Merrick: 4:1.
-
40° Min.: Mortensen (chiamato affettuosamente "Morty"), irrompe come un carro armato inarrestabile, mettendo in crisi la difesa ungherese. Tutti gli avversari volano via. Morty cade, ma prima di cadere riesce a calciare col destro. 4:2!
-
42° Min.: Forse il minuto decisivo per la gara. Il mago Matthews beffa tre attaccanti ungheresi. Con un movimento leggero del polso parte un cross preciso sulla testa di Robb. Splendido colpo di testa, esattamente all'incrocio dei pali... Ma Grosics si allunga e si distende fino a deviare con la punta delle dita la palla insidiosa oltre la traversa. Avrebbe potuto essere il 4:3!
-
44° Min.: Tiro di punta di Mortensen da nove metri nelle mani pronte alla parata di Grosics.
-
52° Min.: Dopo una serie di occasioni ungheresi, Bozsik si inserisce come sesto attaccante, riceve un passaggio di sponda da Budai a 22 metri dalla porta di Merrick. Uno strappo, una scossa, un lampo: 5:2! Applausi dai 100.000 per questo tiro magistrale.
-
57° Min.: Gli ungheresi lasciano correre la palla come se fosse appesa a un filo, corta, lunga, lenta, veloce, bassa, mezza altezza, alta, è più veloce della volontà inglese, più veloce della tenacia inglese. Corre e arriva – dopo una fitta rete di passaggi – infine a Hidegkuti, che si trova libero a sei metri dalla porta, solo davanti a Merrick. Hidegkuti controlla subito il passaggio e la scaglia sotto la traversa, così tranquillo, così sicuro, così elegante che sembra un’esibizione. È stato uno spettacolo!
-
Il tenace spirito combattivo britannico si è fatto sentire ancora per pochi minuti, ma la resistenza inglese era spezzata.
-
60° Min.: Un rigore di Ramsey per il 6:3 non è riuscito a ridare fiducia ai Tre Leoni.
Il signor Horn, l'arbitro olandese, portò il fischietto alle labbra. Il suo suono acuto si propagò nell'aria, segnando la fine di una partita epocale. La terna arbitrale olandese aveva condotto l'incontro con una maestria che eguagliava la performance che l'Inghilterra aveva mostrato ad Amburgo, dimostrando una professionalità impeccabile.
Mentre le squadre convergevano al centro del campo, uno splendido e prolungato applauso si levò dalle tribune, un'ovazione che non conosceva rivalità. In segno di rispetto per il Duca di Athlone, le note solenni dell'inno inglese risuonarono per un'ultima volta nello stadio.
Poi, la scena cambiò. I giocatori ungheresi lasciarono il campo correndo. Erano così leggeri, pieni di slancio e di energia che sembrava avessero partecipato a un semplice divertimento. Li seguivano, stanchi e a passo lento, i giocatori inglesi.
Quest'ultima immagine aveva in sé qualcosa di profondamente toccante. Non era solo la fine di una partita; era un addio. Era l'addio a un'epoca in cui l'intero continente quasi disperava di poter sconfiggere, un giorno, l'Inghilterra sulla sua isola sacra. Quella vittoria segnava un cambiamento storico.
I 100.000 spettatori presenti avevano generato un incasso di 500.000 marchi. 50.000 richieste di biglietti non avevano potuto essere soddisfatte, a testimonianza della frenesia per l'evento.
Le statistiche dell'Ungheria erano strabilianti, un monumento alla loro superiorità calcistica: Dal 1950 (dopo il 3:5 a Vienna) aveva disputato: 29 partite; 26 vittorie, 3 pareggi, con un bilancio reti sbalorditivo di 145 segnate e solo 32 subite.
La Sequenza dei Gol in foto:
Cosa non funzionò nello schema Inglese
All'epoca, il dibattito era acceso: si poteva davvero coniugare la vittoria con un calcio "offensivo e bello"? Gli ungheresi risposero sul campo. La loro visione rivoluzionaria era nata da un'analisi spietata dopo una sconfitta nel 1936 proprio per mano degli Inglesi. Il Dottor Sarosi aveva compreso che l'epoca dei centrocampisti puramente difensivi era finita.
L'Ungheria schierava un sistema in cui i centrocampisti agivano come attaccanti aggiunti, dinamici e fluidi. Per l'Inghilterra, ancorata al suo schema, fu uno shock culturale e tattico. Il loro celebre "quadrato magico" si ritrovò inerme. Il crollo inglese fu inevitabile e clamoroso, materializzandosi proprio nel cuore della manovra.
La retroguardia inglese visse un incubo. La coppia centrale, composta dal debuttante Taylor e Sewell, offrì una performance disarmante, incapace di gestire la pressione o di eseguire passaggi puliti. Il fatto che i pur rari cross di Taylor fossero il suo unico contributo positivo all'attacco la dice lunga.
Per la cronaca, l'ambiente sportivo inglese, noto per il suo fair play, mantenne il silenzio senza fischiare il giovane e sfortunato debuttante.
Il vero problema, tuttavia, fu l'incapacità di contenere il dinamismo avversario. I terzini Wright e Dickinson vennero sovraccaricati e, alla fine, sopraffatti dal compito impossibile di arginare Puskas e Kocsis, la cui fama era già leggendaria.
Anche il reparto offensivo inglese non riuscì a incidere. Mortensen fu costretto a inseguire palloni lanciati a caso e fu regolarmente annullato da Lorant. Persino Robb, di solito efficace, riceveva solo "scarti" dai passaggi in profondità.
Nel caos, emerse un uomo: Stanley Matthews. A 38 anni, il fuoriclasse inglese cercò da solo di salvare la sua squadra sull'ala. Era l'unico in grado di reggere il confronto con il virtuosismo ungherese. Tuttavia, si ritrovò isolato. I compagni non riuscirono a servirlo adeguatamente, privandolo dei palloni necessari per incidere. Nonostante ciò, i cross di maggiore qualità partirono sempre dal suo piede.
Nonostante il passivo finale, la difesa inglese era storicamente solida. Per questo, i sei gol incassati furono un'umiliazione senza precedenti. Eckersley diede battaglia, Ramsey ripuliva l'area e Johnston si rivelò il difensore più efficace, anche se lasciò un po' troppo spazio a Hidegkuti. Il portiere, Merrick, fu universalmente assolto dalle critiche: i commentatori sostenevano che senza le sue parate il passivo sarebbe stato ancora più pesante.
Analisi Tattica Ungherese
La scelta della formazione ungherese fu presa solo a Londra. La fiducia nel gruppo era totale, tanto da non modificare la formazione nonostante una precedente prestazione non brillante contro la Svezia.
La tattica fu definita con precisione. Dopo aver illustrato la storia degli scontri precedenti, i pregi e i difetti degli avversari, e le caratteristiche del campo grande e morbido, fu illustrato il sistema di gioco inglese. I magiari erano fermamente fiduciosi nella vittoria. Il principio tattico scelto fu audace: a differenza della partita contro l'Italia, dove l'accento era stato posto sulla difesa, per l'Inghilterra l'obiettivo prefissato era quello di travolgere la squadra avversaria.
Questo era il disegno tattico: (qui sotto cè l immagine)
La fiducia nella vittoria era supportata da una "nuova tattica" che ribaltava i canoni difensivi precedenti. L'assetto prevedeva Lóránt (3) nel ruolo di libero, con Zakariás (6) che arretrava tra i difensori Buzánszky (2) e Lantos (4), un movimento che modernizzava la linea difensiva. Il compito della difesa era chiaro: neutralizzare gli attaccanti inglesi e rilanciare i palloni recuperati con passaggi rapidi verso l'attacco.
Cruciale per il gioco offensivo era Bozsik (5), che fu investito del ruolo di mediano offensivo. Con tutte le sue energie doveva avviare gli attacchi, spingendosi spesso in avanti se si apriva un varco e concludendo personalmente l'azione. Anche le due ali ricevettero un compito inusuale: dovevano ripiegare in aiuto della difesa e, recuperato il pallone, rifornire gli attaccanti interni.
L'arma segreta risiedeva però nel trio centrale della linea d'attacco. Essi ricevettero l'ordine di cambiare posizione costantemente, in previsione della stretta marcatura a uomo attesa dagli inglesi. Fu un vero e proprio gioco di prestigio: Kocsis (8), per esempio, doveva portare il suo marcatore a destra e a sinistra per liberare lo spazio centrale che veniva immediatamente attaccato dall'irruente Bozsik.
Questa tattica, che i giocatori ungheresi avrebbero applicato alla perfezione, portò un ulteriore sviluppo al loro calcio.
Reazione degli Addetti ai Lavori
Non è stata solo una sconfitta; è stata una lezione, uno spartiacque, un giorno che ha ridefinito il calcio inglese. L'Ungheria, l'inarrestabile "Squadra d'Oro", ha messo in ginocchio i maestri del gioco battendo l'Inghilterra 6-3 a Wembley, un risultato che ha fatto eco ben oltre i confini del campo.
Le reazioni a caldo dei dirigenti e dei grandi nomi del calcio mondiale sono state unanimi: un misto di amara delusione e di sincera ammirazione per la superiorità mostrata dagli ospiti.
L'amarezza si percepiva nelle parole di Sir Stanley Rous, che aveva evidentemente fiutato l'aria: "Cosa vi avevo detto in anticipo? Prenderemo una lezione. Siamo stati battuti. La domanda è ora solo se impareremo lezioni da essa." Rous ha subito puntato il dito sul gap tattico: "Nel nostro attuale sistema di gioco c'è troppo spazio per errori. Nel calcio ungherese non c'è spazio, e così funziona."
Vittorio Pozzo, l'esperto tecnico italiano, ha tagliato corto sull'analisi: "Non dobbiamo nemmeno iniziare ad analizzare la partita, siamo tutti d'accordo sul rapporto di forza," definendola un "peccato" ma necessaria, auspicando che, liberatisi del "record di imbattibilità in casa", gli inglesi "forse giocheranno più facilmente ora."
Il contrasto tra gli stili è stato il tema dominante. Karel Lotsy l'ha riassunto in modo eloquente: "Una battaglia tra artisti e lavoratori di fatica. Gli artisti hanno vinto dove volevano."
Lajos Czeisler si è detto deluso dalla prestazione inglese ("Mi aspettavo molto di più"), ma ha dovuto inchinarsi: "Gli ungheresi erano semplicemente troppo bravi. Giocano in modo semplicemente grandioso."
Karl Rappan ha ammesso la superiorità ungherese come una misura di tutte le cose: "Triste, ma vero, per quanto riguarda gli inglesi, bisogna ammettere che gli ungheresi sono la misura di tutte le cose. Una partita del genere si vede davvero molto raramente."
Il Segretario dell'Associazione Scozzese, Sir George Graham, ha fornito un punto di vista critico sulla cultura calcistica britannica: "I professionisti britannici danno troppa importanza alla 'professione', e a volte poca al 'gioco'." Un appello a riscoprire la purezza e l'arte calcistica.
Nonostante la disfatta, la bellezza del gioco ungherese ha conquistato tutti. Mr. Brook-Hirst, Presidente dell'Associazione Inglese, ha reso onore all'avversario: "Gli ungheresi sono veri maestri. Assistere a una partita del genere è davvero un piacere."
E il fascino espresso da Harry Swan, Presidente scozzese, è stato quasi romantico: "La partita degli ungheresi, be', quella mi piacerebbe vederla più spesso. Una cosa del genere rallegra un vecchio cuore di calciatore."
Forse la citazione più forte è arrivata da Fred Howarth, che ha catturato il desiderio di tutti i presenti: "Se gli ungheresi giocassero tutti i giorni a Wembley, non mi dispiacerebbe viaggiare ogni giorno da Preston a Londra. Ne varrebbe la pena. Che arte calcistica!"
Le reazioni, raccolte per il KICKER dal giornalista Ludwig Maibohm tra i visitatori tedeschi di spicco, risuonarono come un epitaffio per il vecchio calcio.
L'atmosfera era elettrizzante. Sepp Herberger, il Commissario Tecnico tedesco, si rivolse al suo centrocampista, Jupp Posipal, visibilmente sotto shock:
«Sii contento, Jupp, di essere venuto a Londra nonostante il poco tempo di preparazione. Perché ciò che abbiamo vissuto a Wembley sarà discusso e ammirato allo stesso tempo per anni, anzi, per decenni, in tutto il mondo calcistico!»
Herberger, Posipal e il vicepresidente della DFB Hans Huber erano ancora ore dopo la partita completamente sotto l'impressione della superiorità ungherese.
Herberger analizzò il divario in termini di visione e tecnica:
«Ciò che l'Ungheria ha offerto in termini di brillantezza tecnica della palla, prestazioni strategiche e abilità tattiche, proprio contro il 'maestro' del calcio, non si può descrivere a parole. Si potrebbero scrivere trattati di pagine e pagine, se non addirittura libri a riguardo... Puskas, Hidegkuti, Kocsis e Csibor hanno dimostrato chiaramente, contro gli atleti britannici allenati fino al limite della forma fisica più estrema, che si può giocare in modo efficace-vincente ed elegante allo stesso tempo.»
Secondo il CT tedesco, gli ungheresi giocavano in modo moderno, usando uno stopper ma liberandosi continuamente dalla rigidità dello schema WM-System. La squadra di Gusztáv Sebes faceva viaggiare la palla con rapidità e precisione, sballottando i pur ambiziosi giocatori inglesi come fossero principianti.
Herberger concluse la sua analisi lodando in particolare i "dittatori" di centrocampo: Zakarias e Bozsik.
Tra gli spettatori c'era anche Vittorio Pozzo, l'organizzatore delle due squadre italiane Campioni del Mondo, che sintetizzò la storica partita senza mezzi termini: «L'Ungheria gioca attualmente il miglior calcio del mondo! Anche i giocolieri del pallone del Sud America avrebbero avuto i loro grattacapi. Se i successori di un Dr. Sarosi... non avessero avuto una sfortuna clamorosa al tiro, l'Inghilterra... avrebbe potuto essere in svantaggio per 6 a 1 già all'intervallo.»
A fargli eco, Jupp Posipal commentò: «Ho studiato il calcio ungherese di classe alla fonte… l'Ungheria è stata semplicemente irresistibile.»
Nonostante il dominio ungherese, Herberger riconobbe i meriti della squadra di casa, evidenziando il loro «impareggiabile controllo del corpo» e la «spinta stilisticamente pura del pallone».
L'ultima parola fu affidata a Hans Huber, il vicepresidente della DFB, che diede credito alla lungimiranza del tecnico Sebes:
«Ora si capisce perché il responsabile della squadra ungherese, Gusztáv Sebes, non ha lasciato viaggiare a Londra... i suoi giocatori quattro settimane prima. Questa decisione ha dato i suoi frutti, e in una misura che nemmeno gli ottimisti o i pessimisti più audaci avrebbero potuto aspettarsi.»
Lajos Czeisler, ungherese di nascita e responsabile della Nazionale italiana, concluse con un sorriso: «Adesso si dovrebbe poter assistere al ricevimento dell'undici vittorioso a Budapest!»
L’Eredità Lasciata
Era iniziata una nuova era nel mondo del calcio. Negli anni e nei decenni a venire, le immagini di quella partita avrebbero continuato a brillare negli occhi dei 100.000 fortunati che affollavano Wembley in quel giorno epocale.
Per la prima volta da quando il calcio veniva praticato sul pianeta, la squadra nazionale inglese aveva perso in casa, sul suolo britannico, contro un rivale proveniente dal Continente. La sconfitta non fu un incidente, ma una catastrofe.
Il mondo del calcio sapeva che un giorno sarebbe arrivato. Già più volte il trono inglese aveva vacillato. I cechi avevano messo in crisi la supremazia, e le squadre di Francia, Austria e Jugoslavia si erano avvicinate al trionfo più ambito. L'indimenticabile "partita della squadra dei miracoli" austriaca, ammirata ventun anni prima a Londra, aveva già rappresentato una minaccia per i maestri del gioco.
Ma la realtà superò ogni presagio: l'Inghilterra fu sconfitta in modo schiacciante, per 6 a 3. Fu la vera sensazione del 25 novembre 1953, il primo giorno di un nuovo calendario calcistico. Un'analisi della sconfitta rivelava che l'Inghilterra non si limitò a perdere il suo record di imbattibilità casalinga. Si dovettero ripercorrere settantadue anni di storia, fino alla sconfitta per 6 a 1 contro la Scozia nel 1881, per trovare una caduta di simili proporzioni catastrofiche a Londra. All'epoca, nel resto del mondo, il calcio non era che una curiosità da pagine di cronaca minore.
L'Ungheria, la Squadra d'Oro, non aveva giocato solo per il suo Paese. Come commentò Vittorio Pozzo, il creatore della squadra italiana campione del mondo, «Ha giocato come rappresentante dell'intero continente».
La squadra magiara dispiegò il miglior gioco d'attacco mai visto sul celebre prato di Wembley. Il quintetto d'attacco della Selezione FIFA, ammirato poche settimane prima (composto da Boniperti, Kubala, Nordahl, Vukas, Zebec), fu superato in alcune fasi dalla potenza offensiva ungherese. La differenza non stava tanto nella bellezza e nell'astuzia della combinazione, quanto nella precisione inesorabile della finalizzazione e nella perfezione spietata con cui le occasione da gol venivano trasformate.
Con quel trionfo epocale, l'Ungheria si issò immediatamente al ruolo di chiara favorita per i Mondiali di Calcio del 1954. Sebbene nelle sue fasi più brillanti si fosse forse avvicinata solo alle ineguagliabili dimostrazioni dei brasiliani del 1950, essa era ora, inequivocabilmente, la Potenza Mondiale numero uno.
Il risultato di 6 a 3 non ammetteva discussioni. E quando Puskas domandò, dopo il fischio finale: "Non poteva andare ancora peggio?", la sua frase illuminò in modo stridente la drammatica scena sportiva. Per gli inglesi, quell'umiliazione rappresentava l'inizio di un profondo riesame.
Per il resto del mondo, era la conferma che il calcio, il calcio moderno, aveva trovato un nuovo re.
I Titoli di alcuni quotidiani sportivi dopo la partita:



